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08/11/2004 IL CIGNO di GUDBERGUR BERGSSON «Nel preciso istante in cui il pullman partì, la bambina cominciò a sentire la mancanza…». La bambina è destinata a un periodo di rieducazione in campagna, è una piccola ladra che deve espiare il suo crimine. Siamo in Islanda, il romanzo è Il cigno di Gudbergur Bergsson. La bambina, alle soglie dell’adolescenza, è dotata dell’intelligenza vigile e ingenua, votata all’osservazione del reale senza filtri: con le sue forze e a volte diventando portavoce del narratore demistifica, analizza, osserva. Tutto senza romanticismi, fuggendo dal patetico e dal kitsch; anzi, smaschera loop culturali e sociali, paralisi e inabilità del mondo dominante degli adulti. Però anche sviluppando un sentimento fiabesco della realtà, un tipo di rielaborazione conoscitiva volutamente digiuna – che rifiuta di sfamarsi con la facilitazione delle mitologie, delle illusioni, dei sogni. Lo stile segue questa anoressia lucida, si adatta alle tempeste adolescenziali, è allucinato, doloroso, affascinato, straniante, iperbolico, iperealistico. Ci sono alcune descrizioni del paesaggio all’altezza di certe forme postmoderne, alla Don De Lillo. Oppure il racconto di situazioni sociali con la stessa carica grottesca e demistificante di Flaubert o di Maupassant: «L’agricoltore, a quel punto sollevato, entrò in casa insieme agli altri abitanti della fattoria. Mentre aspettava il caffè gli chiesero come stava sua figlia; lui si irrigidì sulla sedia, rispose “Bene”, ma cambiò argomento. Parlarono un po’ del più e del meno finché gli sembrò di aver chiacchierato abbastanza, si alzò e li salutò». «A volte guardavano insieme la tivù in silenzio. In tivù mostravano sempre città distrutte e bambini che correvano fra le macerie. Lei li invidiava perché avevano tante rovine con innumerevoli pertugi e probabilmente grotte misteriose in cui giocare a nascondersi, dove certo si potevano trovare persone morte per davvero, cadaveri e fantasmi. Non dovresti guardare queste scene terribili, non sono per bambini, disse la moglie dell’agricoltore. Sarebbe meglio che leggessi qualche bel libro adatto alla tua età, invece. Leggere era l’ultima cosa che aveva voglia di fare. Se non le avessero permesso di guardare quelle scene in televisione, lei se le sarebbe immaginate ben più orribili di quanto fossero in realtà: bambini che correvano con le vene fuori dal corpo, sangue che sgorgava incessantemente sulle abitazioni in fiamme mentre tutto puzzava di carne bruciata […] Se l’agricoltore e sua moglie uscivano con il bracciante per andare a trovare qualcuno, la sera dopo il lavoro, lei rimaneva semiparalizzata nel letto fino al loro ritorno, pensando a quei bambini come piccoli pompieri e ai getti di sangue che uscivano dalle pompe. Poi si svestiva in silenzio e si addormentava serena nel chiarore notturno». Gudbergur Bergsson Il cigno NET 158 pgg., 7,80 euro Traduzione di Silvia Cosimini postato da: mics | 23:03 | commenti (2) 20/10/2004 UNA SCUOLA DA CANI C’è una categoria di lavoratori privilegiati: vengono pagati dallo Stato per leggere romanzi, discutere di amicizia, esaminare sguardi posati su un’immagine interiore da poeti affascinati per la fama di una dama lontana, misurare il senso di onnipotenza di un esteta, inventarsi paesaggi e caratteri sulle pagine dei libri. Viaggiare con la mente in paesi lontani e tempi diversi. Raccontarsi un sacco di storie. Belle storie, storie grandiose. Si chiama letteratura. Sembra una cosa disdicevole. Invece l’insegnante di lettere deve diventare “animatore linguistico” predicano gli accademici nelle Ssis (fanno le riforme e non entrano mai nelle aule vere). L’insegnante di lettere contribuisce a educare dei cittadini, avvia la piccola comunità di interpretazione che è una classe di scuola a formare il cittadino che interpreterà la sua vita, individuale e sociale. Lo fa studiando e facendo studiare. Studiare: stare fermi, su una cosa sola, per moltissimo tempo. Tre cose che non vanno di moda, nel tempo della mobilità, della molteplicità, della velocità. Ma l’insegnante di lettere sopravviverà. Lo fa a stento, a meno che non si adegui a una scuola che è cambiata radicalmente negli ultimi dieci anni (chi non ci entra fa fatica a capirlo), ma sopravvive. Una scuola dentro una società che per molti versi sembra preferire dei buoni consumatori, degli adeguati interpreti di manuali di istruzioni e applicatori di software, individualisti e poco propensi a socializzare veramente. Preferire a cosa? «Agli adulti di oggi fa paura un ragazzo che studia. Fa anche leggermente pena e rabbia». Paola Mastrocola, l’autrice de La gallina volante e di Una barca nel bosco, professoressa di lettere in un liceo di Torino, è uscita in questi giorni con La scuola raccontata al mio cane: fa una battaglia di retroguardia intelligente. Il nuovo le fa orrore, nel suo complesso e senza possibilità di redenzione: le fanno orrore i moduli, i percorsi, i pof, i dipartimenti, l’accoglienza, l’orientamento, il saggio breve, l’esame di stato, i debiti. Ha nostalgia della scuola dei “maestri”, della storia della letteratura e dei voti che significavano qualcosa. Delle classi in cui si leggevano Dante e i sonetti di Michelangelo senza doversi giustificare. Ce l’ha e la dichiara senza remissioni. Da alcuni libri si comprende qualcosa della scuola e di dove sta andando. Per compensare lo stile apocalittico e la versione apodittica di Paola Mastrocola fa molto bene alla nostra civiltà educativa avventurarsi nelle pagine altrettanto intelligenti di Lucio Russo, Segmenti e bastoncini, Feltrinelli e di Umberto Fiori, Tutto bene, professore?, Baldini&Castoldi. Il primo è un fisico e vede nella riforma attuale una via per l’abbassamento di competenze reali e il diffondersi di un sapere generico e acritico, in cui l’applicazione meccanica è preferita all’elaborazione di modelli e concetti. L’altro è un insegnante milanese di lettere, ex componente degli Stormy Six, band storica del rock negli anni ‘70, poeta e autore di un bel manuale scolastico sulla poesia del ‘900: racconta la storia della scuola da dentro, con attenzione e con la consapevolezza che si capisce l’Europa se si studiano Eraclito e Il maestro e Margherita. Paola Mastrocola La scuola raccontata al mio cane Guanda, 2004 191 pgg., 12 euro postato da: mics | 10:58 | commenti (4) 19/10/2004 NEL BLOG CON ANNA KARENINA Immaginatevi intenti al vostro caffè, nel bar: oltre la pagina del giornale che avete abbassato non sapete bene perché, vedete Anna Karenina, elegante e distante, come sempre. Oppure a Praga, in una bettola della Nerudova, state cantando canzoni tristi al tavolo con Bohumil Hrabal. Un’altra volta è Borges ad accompagnarvi nelle vie del quartiere Palermo di Buenos Aires. Viviamo in un tempo breve, tutto presente, verso il quale tendiamo a far confluire il passato, schiacciando uno e l’altro: molto, intorno a noi, cospira in questo senso. Come liberarsi da questa morsa? Giocandocela, come diceva Italo Calvino, volando a volo raso sulla superficie del tempo e dello spazio: « Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto». Oppure riconoscendo la complessità, la combinazione dinamica del molteplice. E ricordando che la storia è anche racconto, che nessuna superficie è priva di memoria e di immaginazione. Nella distesa di racconti in cui in ogni istante si vola si può scegliere anche una dimensione di abbandono, di disponibilità alla sorpresa: sì, per molti versi una sorpresa preparata, desiderata. Ma è un’arte procurarsi le sorprese; non chiudersi ma aprirsi; sublimare e non rimuovere. Cercare, insomma, e non smettere di sperare. Si tratta di una disponibilità festosa: la conoscenza ha nel suo inizio la stessa sorpresa e lo stesso entusiasmo di un inizio d’amore. Le affinità casuali si scoprono in treno, dentro un libro, a una festa, a scuola. La chiave interpretativa delle esperienze concrete sono l’arte, il racconto, la rielaborazione mitica, l’umorismo, l’autobiografia. C’è un “luogo” in cui si intrecciano ragioni biografiche, necessità di comunicare, elaborazione artistica, umorismo, leggerezza, scoperta di sé e affinità (più o meno) casuali. Un “non-luogo”, un’immensa pagina autobiografica, comunicativa, artistica, funzionale come sono tutti i linguaggi e com’è anche l’arte. Si tratta dei blog. Pagine internet di proprietà di una o più menti (ma c’è anche il corpo, da qualche parte) in cui si propongono dei post, cioè brevi brani o immagini, talvolta corredati di musica: chiunque può rispondere ai post con un commento. Scrittori e giornalisti dalla carta rimandano ai loro blog. Dal suo blog, (galloblog.splinder.com) lo storico e scrittore parmense Paolo Galloni (autore di volumi sul medioevo per Laterza e di romanzi) ha estratto alcune “pagine” e ne ha fatto un libretto godibilissimo, in uno stile breve ed elegante, pieno di contenuti. Si intitola Le affinità casuali.
Le affinità casuali Fara, 2004 96 pgg., 7,50 euro postato da: mics | 23:46 | commenti 01/09/2004 TEMPO Tempo delle cose, tempo della vita e tempo dell'anima, ed. Laterza, Edoardo Boncinelli. Dunque: il tempo è strettamente legato allo spazio. E' irreversibile. In senso fisico stretto non è qualcosa di granché interessante, se non per il fatto che ne parliamo tanto: forse proprio perché, tutto sommato, a quanto pare, ne abbiamo tanto. Il presente è un impasto di osservazione e azione, è l'acme di una forma della percezione e dell'attenzione. Da un punto di vista neurofisiologico il presente dura circa 3 secondi, a volte di meno a volte anche fino a trenta secondi. La nostra vita è affollata di eventi, se fossero di meno forse quello del tempo sarebbe un problema meno saliente. La natura si preoccupa di farci nascere e farci essere forti da giovani, per riprodurre la specie: poi quello che succede dopo è poco interessante. Il tempo è un tempio. postato da: mics | 00:03 | commenti (3) 26/08/2004 GRANDI LIBRI
postato da: mics | 23:35 | commenti (3) 23/08/2004 PADRI E FIGLI E' il titolo di un bellissimo romanzo di Turgenev. Scritto nel 1861, tratta fondamentalmente dei rapporti/dissidi fra vecchi e giovani, con sette-otto personaggi indimenticabili, uno per ciascuno, credibili nella loro particolarità e nello stesso esemplari ed universali. Anche la storia è semplice, ma è anche avvincente. I due protagonisti sono dei giovani laureati, il nichilista Bazarov - tutto scienza e cinismo - e Arkady - che vorrebbe essere nichilista e invece non frena il suo romanticismo. Franco Cordelli nella prefazione dell'edizione Einaudi insiste sulla vicinanza con alcuni grandi francesi, Flaubert in testa e con Henry James e sostiene che Turgenev è superiore anche a Dostoevskj e Tolstoj. Boh, io non lo so, devo dire che Tolstoj ha il suo bel posto nella storia dei grandi narratori. Critici a parte, insomma, un gran libro, per vecchi e giovani. postato da: mics | 21:32 | commenti (1) 20/08/2004 EBBENE SI' Ebbene sì, lo ammetto: ho consigliato i libri di Giuseppe Pontiggia a parecchi clienti della libreria. D'ora in poi sarò più cauto, credo che mi spenderò per i saggi, per Il giocatore invisibile e per Nati due volte. Prima però studierò bene la persona che ho davanti, certo di tipi che potrebbero apprezzare questo professionista della pagina ce ne saranno, ma sarà solo per fare contenti loro, non me. E dire che la ragazza Carla mi aveva avvertito: chi va avanti per aforismi e sentenze ha scritto un bel romanzo all'inizio e poi diventa solo pedante quando eccede le tre righe. Sì, sì, lo ammetto. Ho lasciato lì La grande sera a pg.36. Ci sono dei drammatici errori di "fondamentali", sul punto di vista ad esempio. In certi paragrafi è la donna, in certi il cognato, poi si passa a un esterno onniscientissimo, e non credo sia un fatto sperimentale, è proprio sbagliato. E poi certi paragrafi abbattono il desiderio della lettura: "Usava questo verbo, "dedicarsi", con una gravità delicata, la stessa che aveva riservato a suo marito, al principio del matrimonio. Allora aveva deciso di "dedicarsi" a lui, rinunciando alle malcelate ambizioni letterarie. Nessuno per la verità era parso dolersene, anche perché si dubitava potessero realizzarsi. C'è inoltre una solidarietà, letale e affettuosa, con chi decide di rinunciare agli ideali. I più vi riconoscono la propria condizione e contribuiscono, con tacita omertà, a rinnovarla negli altri. Quando poi non c'è più pericolo di un riscatto, passano da una adesione immaginaria a un disprezzo reale: che è spesso l'atteggiamento dei vecchi rispetto ai loro simili". Gravità delicata? Letale e affettuosa? CONDizione/CONTribuiscono? Nessuno per la verità era parso dolersene? Nessuno/ I più/chi/negli altri? Qui ho chiuso il libro. Ebbene sì, lo ammetto, questo post è una parziale ritrattazione del precedente. postato da: mics | 23:00 | commenti (2) 17/08/2004 ELENCHI TELEFONICI Una orribile battuta diffusa ai tempi della contestazione diceva, fate leggere tutto, anche gli orari ferroviari, anzi sono meglio dei romanzi e di tutta quella roba borghese. E fate leggere gli elenchi telefonici! Non c'era ironia dietro queste parole d'ordine, peccato. La ragazza Carla ha tenuto aperta la libreria anche durante l'estate, dice che non aveva niente da fare, le ferie le aveva già fatte in luglio. La ragazza Carla ha gli occhiali spessi ed è fortemente strabica. Quando legge l'elenco telefonico abbassa gli occhi fino a pochi millimetri dalle pagine. E' una bellissima tartaruga, quando fa così. Dice che quest'inverno farà un'operazione per togliere la miopia e a me un po' dispiace. So che è egoismo. La ragazza Carla sa tutto di qualsiasi libro, temo che sia una forma di paranoia feticistica la mia, quando penso che quando non avrà più gli occhiali davanti ai suoi occhi strabici perderà anche tutta la sua sapienza. E magari andrà in ferie, invece di tenere aperta la libreria anche in agosto. L'elenco telefonico di Atlantide di Tullio Avoledo, Sironi editore, 2003 e poi ripubblicato da Einaudi, sembra di leggere un fumetto. Avete in mente Lanciostory e Skorpio? Delle storie così. Se lo si legge così, va bene. Però a quel punto 500 e passa pagine sono anche troppe, direi. E poi quando scopri il segreto diventa tutto prevedibile, anche l'incredibile. Si legge bene, credo di sì, ma ha smesso di interessarmi verso la centesima pagina, sono arrivato intorno alla 300 perché mi divertivo abbastanza, il resto l'ho letto a pezzetti per vedere come andava a finire. C'è una cosa, nei romanzi, che stroppia, ed è l'eccesso di salti temporali, soprattutto dei flash back. E c'è anche l'eccesso di sospensione artificiale, quelle ellissi a livello di macrostruttura che nei fumetti vanno bene, ma che in un romanzo, a dire il vero... Mi sembra che dai fumetti più che la struttura narrativa macro c'è da rubare altre cose: l'inquadratura delle situazioni, la rapidità, l'ingrandimento del particolare, il procedere narrativo per ellissi fra una scena e l'altra, la conclusione dei singoli episodi. L'elenco telefonico di West Egg lo consulterei volentieri, cercherei i numeri di Nick Carraway e di Jay Gatsby. Nick: Per quanto fossi curioso di vederla, non desideravo conoscerla, ma la conobbi. ... per un momento credetti di amarla. Ma sono molto lento a pensare e pieno di regole interiori che agiscono sui miei desideri; capii che prima di tutto dovevo togliermi con risolutezza da quel pasticcio. Frasi così e alcune considerazioni sull'irrealtà della realtà basterebbero da sole a valere la pena di leggere Il grande Gastby di Francis Scott Fitzgerald. Le sue frasi cominciano per un verso, improvvisamente virano altrove e ti accorgi che è la direzione giusta, anzi necessaria. Semplicemente grandioso. Già che uno c'è può prendere anche la raccolta di precetti e consigli di scrittura Nuotare sott'acqua e trattenere il fiato, ed. Minimum Fax 2000. Prima persona di Giuseppe Pontiggia, Mondadori Oscar, sono una serie di interventi (giornalistici, rimaneggiati) di una scocciatore che si mette dalla parte del conservatore, sapendo che l'unico modo decente di essere conservatore è di farlo con creatività. Politica e cultura (la "e" congiunge molto) sono vissute con una partecipazione disincantata e appassionata. Ce ne vuole di più di gente che pensa così. Già che uno c'è si legga quel capolavoro che è Il giocatore invisibile, sempre Mondadori, un romanzo "essenziale". postato da: mics | 01:03 | commenti (3) 06/08/2004 UOMINI ECCEZIONALI Qualche scrittore s'è immaginato delle personalità d'eccezione e sono usciti dei romanzi interessanti. Provo a collegare i fili fra queste storie. I risultati dei tentativi di collegamento sono: 1) c'è effettivamente nella cultura odierna la tendenza a idolatrare il singolo, che sia un politico o un calciatore o un attore ecc., dunque questi scrittori annotano la tendenza e ammoniscono però a verificare le connotazionei della "vera" grandezza, per questo immaginano personaggi "davvero" eccezionali, non quelle mezze cartucce che girano oggi; 2) c'è il fenomeno, quindi questi scrittori esaminano dei personaggi esemplari, aiutano a decifrare i personaggi di oggi. Poi c'è un'altra linea: c'è bisogno di esempi di grandezza, si può immaginarli nei romanzi, quelli della realtà troppo spesso fanno danni e danno esempi pessimi. L'uomo di Praga di Carlo Sgorlon è uscito nel 2003 e in economica quest'anno. Alvar di Martinburgo capita nel apesino friulano di Naularo. E' della tempra eccezionale di Edmond Dantes, di Jean Valjean, degli uomini a 360 gradi di Tolstoj e di Dostoevsky. Sa dirigere il destino altrui (verso il bene) grazie alle sue ricchezze sconfinate, è riuscito a piegare e cavalcare il caso per dirigere il proprio destino verso forme di compensazione e di ricompensa dai dolori propri e altrui. Ma sa anche piegarsi alle necessità: la Grande Guerra chiude un'epoca e anche lui diventa incerto e rarefatto, quasi pirandelliano, diventa moderno. Il santo peccatore di Raffaele Crovi, Rizzoli, del 1995. A Pavia un "Siddharta cristiano" rinuncia alla carriera universitaria, al successo, alla ricchezza, cerca bene e saggezza. Ha uno stuolo di seguaci, anche loro cerca di fuggire. Anche in lui molti elementi di frantumazione e dispersione di sé, quasi un talento necessario per sedurre e fare del bene. Poi una serie di romanzi su un personaggio eccezionale vero. Questo si deve somontarlo e dmistificarlo, anche in forma esemplare. Ecco Il signore degli occhi di Roberto Pazzi, Frassinelli (ma chi ha scelto la copertina?, è davvero brutta). Enrico Magnoni, l'uomo più ricco d'Italia e presidente a vita, è folgorato e ha paura di morire, si cnverte, rinuncia a tutto e si ritira in un convento di clausura. Diventa monaco e si allontana per davvero da quella vita da presidente d'azienda e uomo politico a modo suo che ha fatto finora. Anche questa vicenda esemplare, l'uomo si pente davvero ee svela l'altro lato della sua vicenda e della sua personalità. C'è da sperare che il Berlusconi si penta? Ecco anche Il duca di Mantova di Franco Cordelli, Rizzoli (altra brutta copertina): siamo sul limite del pamphlet narrativo in cui si cerca di capire da quale cultura è nato Berlusconi, qual è la cultura dell'Italia al tempo di Berlusconi. postato da: mics | 22:32 | commenti (2) 24/07/2004 SHEOL
postato da: mics | 00:28 | commenti (1) |
grazie a squidfingers x gli sfondi (background)